Aubay ai tempi del coronavirus

Quando l’emergenza diventa un’occasione di trasformazione a vantaggio di tutti.

22 febbraio 2020: mentre i media ribattono in coro aggiornamenti sull’evolversi del contagio da coronavirus, e sulle misure adottate nelle scuole e nelle università, inizi a chiederti se c’è qualcosa che puoi fare per dare un contributo costruttivo questa situazione.

Siamo un’azienda fortunata. La nostra è un’azienda digitale e quindi per sua natura gestibile con un pc. Ma per quanto da 4 anni proponiamo accordi di smart working (prima telelavoro), consentire e convincere tanti e in poco tempo a lavorare da remoto era una vetta che non pensavamo di poter raggiungere.

Sabato 22 febbraio abbiamo pensato che, se Aubay avesse evitato le trasferte, avrebbe risparmiato a molti colleghi un bel po’ di preoccupazioni tra aeroporti e stazioni. E quindi abbiamo deciso che tutti i meeting sarebbero stati in videoconference.

Poi abbiamo pensato che se tutti i dipendenti avessero lavorato in smart working avremmo fatto spostare 2000 persone in meno. 2000 persone che ogni giorno non avrebbero preso mezzi pubblici, che avrebbero alleggerito le città, che avrebbero evitato di essere in contatto con altri pendolari in mezzi sovraffollati.

Alla fine quella di evitare le trasferte è stata una direttiva, quella di lavorare in smart working è stata una proposta fatta a tutte le business unit e alle strutture di staff. Una proposta accolta nelle sedi di Milano e Torino all’80% e in tutte le altre sedi di Italia al 40%.

Una task force della struttura IT si era già attrezzata la scorsa settimana, intuendo il pericolo, per potenziare le infrastrutture necessarie per il lavoro da remoto. Lunedì è servito per recuperare i pc e organizzare le attività. La task force di crisi ha dovuto soltanto aiutare chi aveva necessità di supporto per VPN o connessioni dati.

Oggi è il secondo giorno di smart working per gran parte del personale delle sedi di Torino e Milano e parzialmente per quelle di Roma e Napoli.

Non apprezziamo l’approccio apocalittico che si sta dando alla diffusione del virus, ma per certo sarà l’occasione per imparare qualcosa di nuovo. Ricominciamo a prestare maggiore attenzione alle norme igieniche, a non abusare degli spostamenti (con buona pace anche del clima), e forse a lavorare con un modello organizzativo diverso.

Superato questo periodo capiremo se con questa terapia d’urto abbiamo sradicato un vecchio modello di lavoro, o se rimane solo un esperimento di qualche settimana. Sicuramente l’emergenza in atto ci ha messo nelle condizioni di testare la propensione al cambiamento dell’azienda, ci ha aiutato a spingere sulla flessibilità più di ogni altra iniziativa organizzativa fatta finora.

La nuova sfida sarà capire quanto di questa esperienza potrà consolidarsi in un modello di lavoro permanente.